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264 così parlò zarathustra - parte quarta


Oh felicità! Oh felicità! Vuoi forse cantare, anima mia?

Tu giaci su l’erba: ma questa è l’ora segreta e solenne in cui il pastore fa tacere la sua zampogna.

Fanne di meno! L’ardente meriggio dorme sui campi.

Non cantare! Zitti! Il mondo è perfetto.

Non cantare, uccello dei campi, oh, tu anima mia, trattienlo persino dal bisbigliare! Guarda dunque — zitto! Il vecchio meriggio dorme, esso muove le labbra; non beve esso forse in questo punto una goccia di felicità?

— Un sorso d’aurea felicità, di vino vecchio e dorato?

Qualcosa vola sopra di lui; la sua felicità sorride. Così sorride un Dio! Zitto!

— Quanto poco basta per la felicità!».

Così parlai un giorno, e mi credetti accorto. Invece avevo bestemmiato: me ne avvedo oggi. I pazzi accorti parlano meglio.

Appunto di ciò che più è lieve, silenzioso, leggiero: del fruscio d’una lucertola, d’un sospiro, d’un momento d’un batter d’occhi: — di poca cosa in somma è formata la migliore felicità.

Zitto!

— Che cosa mi avviene? Ascolta! Forse il tempo se ne volò lontano? Non sto io cadendo? Non sono caduto — dimmi — nel pozzo dell’eternità?

— Che mi accade? Ascolta! Sento pungermi, ahimè, nel cuore! Nel cuore? Oh, spezzati, spezzati o cuore, dopo una tale felicità, dopo una simile trafittura!

— E come? Non è divenuto forse perfetto il mondo in questo momento? Rotondo e maturo? Oh l’anello aureo e rotondo!

dove vola? Io gli corro dietro! Pst!

Silenzio» — (e qui Zarathustra stirò le membra e sentì che dormiva). «Su, su!», disse a sè stesso, dormiglione! Tu che dormi a meriggio! Orsù, vecchie gambe! Il tempo stringe e voi dovete fare ancor un bel tratto di strada.

Avete ceduto al desiderio del sonno: per quanto tempo?

Una mezza eternità! Orsù, mio vecchio cuore! E quanto potrai ora vegliare a tuo capriccio?

(Ma in quello stesso momento s’addormentò di nuovo, e la sua anima parlò contro di lui schermendosi, e si distese un’altra