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262 | così parlò zarathustra - parte quarta |
L’andare in cerca della mia dimora, o Zarathustra — sappilo — questa è la mia punizione.
«Dov’è la mia dimora?». Ecco ciò che io chiedo; ciò che cerco e cercai; ma inutilmente. Oh eterno «da per tutto», o eterno «in nessun luogo» — o eterno «inverno!».
Così parlò l’ombra; e la faccia di Zarathustra s’oscurò nell’udir tali parole. «Tu sei la mia ombra»: disse con tristezza.
«Il pericolo che tu corri non è piccolo, o spirito libero, o viandante! Fu una giornata cattiva la tua: guardati che la sera non sia anche peggiore!
«Agli inquieti tuoi pari la prigione stessa finisce per sembrar un bene. Hai tu visto mai come dormono i prigionieri?
Dormono tranquillamente, a cagione della lor nuova sicurezza.
«Guardati dal finir a diventare il prigioniero d’una credenza angusta, d’un’illusione dura e rigorosa! Per te ormai tutto ciò che è angusto e solido è una tentazione, una seduzione.
«Tu hai perduto la meta! E così tu hai smarrita anche la tua strada!
«Povera anima errante, povera stanca farfalla! Vuoi trovare un rifugio per questa sera? Allora recati lassù nella mia caverna!
E ora voglio fuggire in fretta da te. Sento distendersi su di me un’ombra.
Io voglio correre solo, affinchè intorno a me si faccia la luce un’altra volta!
Per ciò mi bisogna serbarmi valido e allegro. Ma questa sera da me si danzerà!».
Così parlò Zarathustra.
A meriggio.
E Zarathustra corse e corse ancora, e non trovò più nessuno. Si ritrovò nella solitudine sè stesso, e godette e assaporò squisitamente la sua solitudine, e pensò lungamente a cose buone.
Ma verso l’ora del meriggio, quando il sole incombeva proprio sul suo capo. Zarathustra passò vicino ad un vecchio albero curvo e nodoso, cui tutto intorno allacciava il prodigo amore