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188 così parlò zarathustra — parte terza


Una cosa vecchia e logora era per essi ogni discussione su la virtù; e chi voleva dormir bene, ancor prima di coricarsi, parlava del «bene» e del «male».

Mentre così sonnecchiavano, io li destai con la mia dottrina: che cosa sia il bene, che cosa il male nessuno ancor sa: nessuno fuorché l’essere che crea!

— Questi soltanto addita all'uomo il suo fine e alla terra il suo significato e l’avvenire: questi soltanto crea il bene ed il male nelle cose.

E io li invitai a rovesciare le lor vecchie cattedre e tutto ciò su cui un tempo si poggiava quella lor presunzione: li invitai a ridere dei grandi maestri di virtù, dei loro santi, dei loro poeti e dei loro redentori del mondo.

Li invitai a ridere dei savi accigliati, e di tutto ciò che, al pari di nero spauracchio, si appollaiava sino allora, in atto di ammonire, su l’albero della vita.

Mi sedetti su la loro grande via delle tombe, sì, presso gli avoltoi e le carogne — e risi di tutto il lor passato, e della lor putrida antica magnificenza.

In verità, al modo de’ predicatori della penitenza e dei pazzi, io invocai lo sterminio su tutte le loro cose piccole e grandi. — Oh perchè le lor cose migliori son tanto vili? E così piccole anche le loro cose peggiori? — E così io ridevo.

E in me rideva e tumultava la mia saggia bramosia nata sui monti, una sapienza selvaggia dall’ali rumoreggianti, — la mia grande bramosia.

E più volte mi rapì seco lontano, in alto e via, mentr’io ridevo: e allora io volava rabbrividendo, come una freccia, in mezzo ad un’estasi ebbra di sole:

— Fuori del mondo, in remoti giorni, cui non mirò ancora alcun sogno, in meriggi più ardenti di quanto alcun artista abbia mai immaginato: colà dove gli dèi danzanti si vergognano d’ogni veste:

( — Parlo in similitudini zoppicando e balbettando come fanno i poeti: e, davvero, io mi vergogno di dover essere anche poeta! — ).

Dove ogni divenire mi appariva danza divina e divino capriccio, e il mondo libero e ritornante a sè stesso;