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la prefazione 15


L’ammalarsi e il diffidare è per essi un peccato: ei camminano guardinghi. Un folle è colui che ancora incespica nei sassi o negli uomini!

Di quando in quando un po’ di veleno: ciò produce sogni gradevoli. E molto veleno alla fine, per procurarsi una piacevole morte.

Si lavora ancora perché il lavoro è uno svago. Ma si ha cura che lo svago non esalti troppo i nervi.

Non si diviene più né poveri né ricchi; entrambe queste cose dàn soverchio fastidio. Chi desidera ancora di regnare? chi di obbedire?

Nessun pastore: un sol gregge! Ognuno vuole la stessa cosa, ognuno è la stessa cosa: chi la pensa diversamente ripara volontario al manicomio.

«Una volta tutto il mondo era pazzo — dicono i più astuti, ammiccando.

Noi siamo assennati e sappiamo tutto ciò che è avvenuto; abbiamo dunque diritto d’irridere ogni cosa. Ci si bisticcia ancora, ma ci si riconcilia presto — per non guastarci lo stomaco. Si hanno i proprii svaghi del giorno, e quelli della notte; ma si tiene in gran conto la salute.

Noi abbiamo inventato la felicità — dicono gli ultimi uomini, ammiccando».

E qui finì il primo discorso di Zarathustra, che anche è chiamato l’«introduzione»: poi che in questo momento lo interruppe il vociar gioivo della folla. «Dà a noi quest’ultimo uomo, o Zarathustra — esclamavano — fa che noi diventiamo simili a quest’ultimo uomo. E noi rinunziamo volentieri al superuomo!». E tutto il popolo era giubilante e faceva schioccare la lingua.

Ma Zarathustra s’attristò e disse nel suo cuore:

«Essi non mi comprendono: io non sono la voce che conviene a questi orecchi.

Forse troppo a lungo dimorai nella montagna, troppo a lungo forse ascoltai il mormorio dei ruscelli e degli alberi: ora parlo a loro nel linguaggio dei pastori di capre.

Serena è l’anima mia come la montagna nel mattino.