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PREFAZIONE XLVII

popolino. A lui, ammirato, adorato, invocato nelle più consuete esclamazioni, doverono molto esser rivolte le menti. E come tutte le sue avventure avevano piu’o meno il loro lato ridicolo, intorno a lui la parodia affilò specialmente le sue armi, ed il figlio di Giove divenne il prototipo della spavalderia, della goffaggine, della lascivia, specialmente della ghiottoneria: un vero Falstaff, insomma, senza però l’astuzia, ma anche senza la furberia né la vigliaccheria del vetusto compagno d’Enrico. E nelle rappresentazioni fliaciche egli ha infatti una parte preponderante. Qui toglie di mano addirittura a Giove un piatto di leccornie offerto da qualche fedele, e senza punto darsi pensiero del minaccioso fulmine paterno, si pappa ogni cosa con la massima irriverenza (fig. 22). Altrove porta ad Euristeo, invece dei Cercopi richiesti, un paio di scimmiette (fig. 23); riconduce alla luce del giorno la rediviva Alcesti; rapisce, dinanzi a un tempio. Auge invano reluttante (fig. 24). Eccolo vittima d’una grave sciagura: mentre sta pranzando, una donna gli afferra il bicchiere e scappa. Né meno brutta è quella che gli capita in un’altra figurazione, derivata forse da un dramma satiresco. Dopo un’orgia egli è andato coi suoi compagni, satiri e baccanti, a sdraiarsi sotto le finestre della bella; e probabilmente s’improvvisa una piccola serenata. Ma ecco all’improvviso spalancarsi una finestra, ed un’orribile megera versare il contenuto di un vaso sopra l’eroe, che disperatamente si dibatte sotto quella inattesa, poco celeste rugiada (fig. 25). E leggiamo infine le ultime sorti dell’eroe in due rap