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   652 p u r g a t o r i o   x x v i i. [v. 64-75]


C. XXVII — v. 64-75. In questi quattro ternari lo nostro autore finge come, uscito de la fiamma et iunto alla scala da montare al paradiso terresto, pochi scaloni montonno in su, che venutone la notte non potevano sallire, come è stato ditto di sopra, e però si puoseno a iacere in su li scaloni, Virgilio in su lo scalone di verso la parte suprema, e Dante in sul seguente, e Stazio in sull’altro di sotto a Dante, sicchè Dante era in mezzo; e però dice cusì: Dritta sallia la via; cioè la scala a montare in su al paradiso terresto, per entro ’l sasso; de la ripa, che era lo balso del paradiso ne la quale, essente di sasso, finge che fusse fatta a scarpello la via da montare suso, fatta a scaloni come l’altre, Verso tal parte; cioè in verso tal parte del monte era la ditta scala, ch’ella venia opposita all’occidente, unde seguitava ch’ella salliva in verso levante: e questa è verisimile et allegorica fizione, che sallire in paradiso sia sallire in verso levante, unde si manifesta lo Sole prima al mondo, che significa la grazia di Dio, ch’io; cioè che io Dante, tollieva i raggi del Sol Dinanzi a me: imperò che si facea ombra inanti, ch’era già basso; e per questo mostra ch’era presso a la sera. E di poghi scallion levammo i saggi; cioè di poghi scaloni avemmo esperienzia; cioè poghi ne montammo, perchè ne venne la notte; e però dice: Chè ’l Sol; cioè imperò che lo Sole, colcar; cioè andare giuso da l’emisperio e farsi sera; et ecco lo segno a che se n’avvidde, per l’ombra; cioè del mio corpo, che si spense; cioè che sparitte e nolla viddi più, Senti’mi dietro; cioè coricare lo Sole, et io; cioè Dante, e li mie’ Saggi; cioè e li miei Savi, che mi guidavano. E pria; cioè e prima, che; cioè che orizonte; questo è lo cerchio terminativo intorno de la nostra vista, mezzo tra l’uno emisperio e l’altro, Fusse fatto d’uno aspetto: cioè fusse fatto d’uno colore; cioè nero, o vero buio, in tutte le suo’ parti immense; cioè grandi e smisurate, E notte avesse tutte suo’ dispense; cioè e la notte avesse tutte le suoe parti, Ciascun di noi; cioè tre, d’un grado; cioè d’uno de li scaloni de la scala, fece letto; cioè vi si puose suso a dormire, inanti che ne venisse al tutto la notte; e rende la cagione: Chè; cioè imperò che, la natura del monte; la quale è che di notte non si possa sallire, ci affranse; cioè ci ruppe, o tolse, La possa; cioè la potenzia, del salir; cioè lo ditto monte, più; cioè più, che noi avessemo sallito allora, e ’l diletto; cioè ci tolse la possibilità del sallire più su, e lo diletto: imperò che a noi era diletto lo sallire, e non fatica: e questo finge, per confermare quello che finse infine dal principio; cioè che quanto si montava più su, tanto meno gravava e più dilettava. E qui finisce la prima lezione del xxvii canto, et incominciasi la seconda.

Quali si stanno ec. Questa è la seconda lezione del canto xxvii, ne la quale finge l’autore come, venutane la sera, s’addormentò in