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c a n t o    xvi. 363

22Quei sono spiriti, Maestro, ch’io odo?
     Diss’io; et elli a me: Tu vero apprendi;
     E d’iracundia van solvendo il nodo.
25Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
     E di noi parli pur, come se tue
     Partissi ancor lo tempo per calendi?1
28Così per una voce ditto fue;
     Unde ’l Maestro mio disse: Rispondi,
     E dimanda se quinci si va sue.
31Et io: O creatura, che ti mondi,
     Per tornar bella a Colui che ti fece,
     Meravillia udirai se mi segondi.
34Io ti seguiterò quanto mi lece,2
     Rispuose; e se veder fummo non lascia,
     L’udir ci terrà giunti in quella vece.
37Allor io cominciai: Con quella fascia,
     Che la morte dissolve, men vo suso,
     E venni qui per l’infernale ambascia;
40E se Dio m’à in sua grazia richiuso
     Tanto, che vuol ch’io veggia la sua corte3
     Per modo tutto fuor del moderno uso,
43Non mi celar chi fosti anzi la morte;
     Ma dilmi, e dimmi s’io vo ben al varco:
     E tuoe parole fien le nostre scorte.
46Lombardo fui, e fui chiamato Marco:
     Del mondo seppi, e quel valore usai,4
     Dal qual à or ciascun disteso l’arco:5
49Per montar su dirittamente vai.
     Così rispuose, et aggiunse: Io ti prego.
     Che per me preghi, quando su serai.

  1. v. 27. Calendi; oggi al plurale solamente calende. E.
  2. v. 34. C. M. Io ti seguirò
  3. v. 41. C. A. ch’ei vuol
  4. v. 47. C. A. valore amai,
  5. v. 48. C. A. Al quale