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c a n t o   xxiv. 609

76Altra risposta, disse, non ti rendo,
      Se non lo far; chè la domanda onesta
      Si dee seguir con l’opera, tacendo.
79Noi discendemmo il ponte dalla testa,
      Dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
      E poi mi fu la bolgia manifesta:
82E vidivi entro terribile stipa
      Di serpenti, di sì diversa mena,
      Che la memoria il sangue ancor mi scipa.
85Più non si vanti Libia con sua rena:
      Chè, se chelidri, iaculi e faree1
      Produce, e chencri con anfisibena;
88Nè tante pestilenzie, nè sì ree
      Mostrò già mai con tutta l’Etiopia,
      Nè con ciò che di sopra al mar rosso ee.2
91Tra questa cruda e tristissima copia3
      Correvan genti nude e spaventate,
      Sanza sperar pertugio o elitropia.45
94Con serpi le man dietro avien legate;
      Quelle ficcavan per le ren la coda
      E il capo, et eran dinanzi aggroppate.
97Et ecco ad un, ch’era da nostra proda,
      S’avventò un serpente, che il trafisse
      Là dove il collo alle spalle s’annoda.
100Ne Ο sì tosto mai, nè Ι si scrisse,
      Com’ei s’accese et arse, e cener tutto6
      Convenne che cascando divenisse:

  1. v. 86. C. M. O che se lidri,
  2. v. 90. ee. In antico la seconda persona singolare del presente indicativo nel verbo primitivo essere fu e, poscia ei, dal latino es; e quindi naturalmente ee nella terza singolare, che pur vive nella Toscana. E.
  3. v. 91. Tristissima copia; crudelissima copia. E.
  4. v. 93. C. M. pertusio
  5. v. 93. L’elitropia presso gli antichi fu creduto rendesse gli uomini invisibili. E.
  6. v. 101. C. M. Arse, cui cener tutto
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