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c a n t o   xxiii. 583

22Te e me tostamente, io ò pavento1
      Di Malebranche: noi li avem già dietro;
      Io l’imagino sì, che già li sento.
25E quei: S’io fossi di piombato vetro,
      L’imagine di fuor tua non trarrei
      Più tosto a me, che quella d’entro impetro.
28Pur mo venian i tuoi pensier tra’ miei2
      Con simil atto e con simile faccia,
      Sì che d’ intrambi un sol consiglio fei.
31S’egli è, che sì la destra costa giaccia,
      Che noi possiam nell’altra bolgia scendere,
      Noi fuggirem l’imaginata caccia.
34Già non compie di tal consiglio rendere,3
      Ch’io li vidi venir con l’alie tese,
      Non molto lungi, per volerne prendere.
37Lo Duca mio di subito mi prese,
      Come la madre, ch’al romor si desta,4
      E vide presso a sè le fiamme accese,56
40Che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
      Avendo più di lui che di sè cura,
      Tanto che solo una camicia vesta:
43E giù dal colle della ripa dura
      Supin si diede alla pendente roccia,
      Che l’un de’ lati all’altra bolgia tura.
46Non corse mai sì tosto acqua per doccia7
      A volger ruota di molin terragno,
      Quand’ella più verso le pale approccia,

  1. v. 22. io pavento
  2. v. 28. C. M. Pur mo veneno i tuo’
  3. v. 34. Compie; perfetto finito in e per uniformità di cadenza. E.
  4. v. 38. C. M. al romore è desta,
  5. v. 39. C. M. vede
  6. v. 39. Vide e vede presso gli antichi, l’uno da videre e l’altro da vedere. Oggi del primo l’uso non serba che alcune voci; vidi, vide, videro. E.
  7. v. 46. sì tosta