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― Apri, Moccolino!... Apri!... Sono io! ―
Moccolino era il nome dell’oste; e tutti lo chiamavano così, perchè a cagione della sua figura sottile sottile, lunga lunga, e sbiancata sbiancata, somigliava tale e quale a un moccolo di cera gialla.
La sua osteria stava aperta solamente di giorno. Appena si faceva notte, Moccolino a scanso di seccature e di dispiaceri, chiudeva prudentemente la porta, spengeva il fornello e i lumi e poi se ne andava a letto.
E una volta entrato a letto, non apriva più a nessuno, anche se fosse rovinato il mondo. Dato il caso che qualche disgraziato, smarritosi di nottetempo nella foresta, avesse bussato all’osteria, Moccolino non se ne dava per inteso: o dormiva o faceva finta di dormire.
Quando Golasecca si accorse che l’oste, prendendosi gioco di lui, si ostinava a non volergli aprire, che cosa fece? Cominciò a distendere le braccia e le gambe, e a furia di distendersi e di allungarsi, diventò di una statura così alta e gigantesca, che il tetto dell’osteria gli arrivava appena a mezza vita.
Allora, lavorando con tutt’e due le mani, si dètte a scoperchiare il tetto; e i mattoni, gli embrici e i tegoli volavano via, come foglie portate dal vento.
Moccolino, impaurito da tutto quel fracasso infernale, cacciò il capo fuori delle lenzuola, e fingendo di essersi svegliato lì per lì, gridò con voce tremante:
― Chi è che mi chiama?
― Sono io, ― rispose Golasecca, piegandosi e infilando il capo dentro la buca, che aveva aperta nel tetto.
Per l’appunto questa buca rispondeva nella stanza dove dormiva l’oste, il quale sentì gelarsi il sangue,