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la fanciullezza e l'adolescenza 27

prendeva con ripugnanza.1 Un giuoco preferito, oltre le battaglie, era quello del trionfo; il quale aveva luogo in special modo in due periodi dell’anno, quando si riponevano nelle serre, o si tiravano fuori, le piante degli agrumi. «Carlo, scrive la Teia, se ne ricordava sopra tutto nelle stagioni in cui ricorreva quella operazione, e ne parlava con alcuni degli stessi contadini che, giovani allora, erano invecchiati con lui. Mi faceva vedere come quelle carriole basse e piatte con le quali si trasportavano le piante servissero di carro al trionfatore. Il quale, s’intende, era sempre Giacomo. Carlo e Luigi erano i littori, o gli schiavi, secondo gli ordini che il fratello maggiore dava loro e ai ragazzi dei contadini introdottisi in giardino coi loro parenti. Carlo si vendicava della sua parte umiliante, gittando motti di scherno e lazzi al trionfatore, il quale, in segno di supremo disprezzo, rispondeva: «Olà, vile buffone!»2

Fra i giuochi che i ragazzi Leopardi facevano in casa c’era quello di dir messa, e celebrare altre funzioni religiose ad un altarino improvvisato. La Paolina, che come femmina prendeva probabilmente parte men viva, o non prendeva affatto parte alle battaglie e al giuoco del trionfo, nelle funzioni religiose faceva da cerimoniere, e serviva la messa. Di qui, secondo l’Antona-Traversi, le sarebbe venuto il nome di Don Paolo, che soleva poi per ischerzo darle il fratello Giacomo.3

A questi giuochi partecipavano talora i cugini Mazzagalli, figli di una sorella della contessa Adelaide, che rimasta vedova andava spesso coi figliuoli a trovare la famiglia Leopardi. E come allora accadeva che il frastuono nella sala delle funzioni religiose fosse

  1. Appunti e ricordi, nelle citate carte napoletane.
  2. Contessa Teresa Teia Leopardi, Note cit., pag. 34.
  3. Vedi Camillo Antosa-Traversi, Studi su Giacomo Leopardi; Napoli, Detken, pag. 96.