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474 NOTA AL CAPITOLO IX.

aveva recato una prova di fatto della reità del Brighenti, ma soltanto nuovi indizi, fra i quali gravissimo il sospetto, molto fondato, ch’egli fosse l’autore delle relazioni segrete mandate dal Morandini alla polizia milanese poco innanzi al 1831, non seppi persuadermi che la grave accusa fosse realmente vera, e concludendo la lasciai nel dubbio e tentai di attenuarla. Troppo mi ripugnava ammettere che l’amico del Giordani e del Leopardi, della cui lealtà essi non dubitarono mai, fosse una spia, e la loro spia.

Ma la lettera del Giordani al Montani mi fece cadere la benda dagli occhi. L’uomo che il Giordani, pure avendolo una volta amato, e pur mantenendo con esso relazione amichevole e facendogli tutti i possibili servizi, chiamava spregevolissimo e cattivo, poteva dunque essere, anzi doveva certamente essere, un amico sleale, un tristo soggetto, un ipocrita. Sentii allora il bisogno di far qualche indagine per tentar di chiarire i dubbi che avevo fino allora avuto circa la grave accusa che pesava sopra la memoria di quell’uomo. E per prima cosa pensai a procurarmi un facsimile della scrittura dei rapporti del Morandini, che si conservano nell’Archivio di Stato di Milano, e che al Piergili non riuscì di vedere, per confrontarla con la scrittura del Brighenti. Per la cortesia del cav. Fumagalli, bibliotecario della Braidenese, al quale mi protesto obbligatissimo, potei avere il desiderato facsimile e fare il confronto. Da questo è risultato che la mano che vergò i rapporti del Morandini è, quasi con cortezza (la certezza assoluta in questi casi è difficile averla), quella medesima che scrisse le lettere del Brighenti al Leopardi.

Questo fatto, aggiunto agli altri gravissimi indizi, è più che sufficiente a dare la prova provata che l’amico del Giordani e del Leopardi fu veramente una spia.

Fortunatamente essi non lo seppero e non ne sospettarono mai niente.

Fine.