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A chi legge xxiii

inimicis nostris, De populo barbaro; lo Γνῶθι σεαυτόν del Santuario di Delfo, che già ai tempi di Socrate e di Platone non era più esattamente inteso; il virgiliano Sunt lacrimæ rerum; l’oraziano Lecta potenter res; i danteschi L’amico mio e non della ventura, Provando e riprovando, Descriver fondo a tutto l’universo, Aver perduto il ben dell’intelletto1. Sono anche frequentissime le frasi che si attribuiscono a qualche famoso scrittore, ma che non sono mai state da lui dette nè scritte, e sono invece frasi riassuntive nelle quali i posteri hanno condensato per così dire la dottrina che traspariva dall’insieme delle sue opere, tali varie frasi aristoteliche, foggiate dai filosofi scolastici con le parole dello Stagirita, come per esempio In medio stat virtus, e molte altre sentenze dottrinali, tali il Credo quia absurdum della dottrina patristica, l’Omne vivum ex ovo di Harvey, e persino qualche frase modernissima quale quella attribuita al


    la manna per mostrar loro come non di solo pane vive l’uomo ma di qualunque cosa che Dio avrà ordinato; nella parabola del deserto (S. Matteo, cap. IV, v. 4; S. Luca, cap. IV, v. 4) Cristo risponde al Tentatore che l’uomo può vivere di altro che di pane, cioè che per lui basta il nutrimento spirituale. Quindi è evidente il contrasto: nel testo originale, tanto nel senso letterale quanto nell’allegorico, il versetto vuol dire che il pane non è necessario per vivere: nell’uso corrente s’intende invece che il pane non è sufficiente.

  1. Per la bibliografia ricorderò qui l’opuscolo di G. B. Ficorilli, Il significato di alcune frasi e di alcune sentenze restituito (Città di Castello, Lapi, 1901, in-8º, pag. 11).