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QUESTIONI.


I.


Quinto o Caio?


Giuseppe Scaligero scrive: In manuscripto iurisconsultissimi viri Jacobi Cujacii non Caius sed Quintus praenomen exaratum est; idque videtur confirmari carmine in ianuam illo versiculo:

Verum isti populi nœnia, Quinte, facit.

Quare, qui illi Caio praenomen faciunt, possunt hac auctoritate permuti sententiam suam mutare.1 È uno dei soliti dirizzoni, che non varrebbe la pena di riferire, se parecchi critici illustri non l’avessero preso sul serio. E in vero, le due autorità, su cui fonda Scaligero la sua congettura, sono così poco solide, che, ove il Lachmann, il Silling, il Rossbach e lo stesso Mommsen non l’avessero accettata e difesa, essa sarebbe caduta, da un pezzo, sotto le osservazioni del Vossio, dalle quali il dottor Schwab prende argomento a scrivere non meno di venti pagine. Io, che non amo gli sgonfiotti, mi contento di riferire le parole dell’illustre critico di

  1. Comm. in Catull. Lutetiæ 1604.

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