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la fortuna dei carmi di catullo 119

con loro, avea fatto vita comune con ogni classe di gente: giovani patrizi e vecchi bertoni, usurai, forensi, prostitute, parassiti sfacciati e cinedi di mestiere; l’ingegno potente lo teneva su, lo distingueva da tutti, l’abito della vita lo riteneva nel fango, l’insudiciava come tutti gli altri, lo metteva al livello dei suoi compagni. La popolarità non gli poteva mancare. Il contegno stesso e la grave circospezione con cui Cornelio Nepote, Cicerone1 e più tardi Svetonio2 e Plinio3 si degnano far menzione di Catullo, mi prova, che se essi, in qualità di persone serie, non potevano approvare le sue scurrilità, erano ciononostante costretti a tenere in conto un poeta, il cui nome e i cui versi andavano per le bocche di tutti.

Tibullo, Properzio e soprattutto Ovidio4 e Marziale5 sono più generosi di lode e più giusti.


II.


La poesia latina era subito venuta a maturità. Si ammira che in tre secoli soli, da Solone ad Alessandro Magno, la Grecia abbia potuto percorrere tutta la luminosa carriera dell’arte. In tre secoli, e nel corso di tre grandi avvenimenti, la coltura letteraria ed artistica dei Greci nacque, fiori, si diffuse e decadde con unpro-

  1. De off.,, lib. I.
  2. Iul. Cesar.,' 3, 73.
  3. Hist. Nat., lib. XXXVIII.
  4. Trist.,, lib. II, eleg. ult.
  5. Ad Macrum., lib. XIV, 195.