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NOVELLE ROMENE 113

Da molto tempo correva come la pietra lanciata dalla fionda, saltando fossi, mucchietti di terra, tronchi d’alberi, senza che potessi fermarlo nè conoscere i luoghi, senza sapere dove mi portasse.

Durante questa corsa, nella quale ad ogni momento correvo il pericolo di rompermi il collo, col corpo gelido, la testa infuocata, pensavo al buon letto che avevo abbandonato scioccamente... Perchè? La signora Marghioala mi avrebbe dato la sua stanza, altrimenti non mi avrebbe invitato... Il capretto si muoveva nella sacca per stare più comodo: gettai i miei sguardi su di lui, mi guardava anche esso. Mi ricordai di altri occhi... che bestia sono stato! Il cavallo rallentava sfinito; lo fermai bruscamente, volle proseguire, ma cadde in ginocchio, esaurito di forze. Ad un tratto, attraverso uno spiraglio delle nuvole apparve l’ultimo quarto di luna, a rovescio.

La sua apparizione mi diede la vertigine, come un colpo sulla testa. Stava davanti a me... Allora c’erano due lune in cielo! io andavo in su: la luna doveva trovarsi alle mie spalle! E volsi subito la testa per vedere quella vera... Ho sbagliato strada! vado in giù... Dove sono? Guardo dinanzi a me: campi di granturco coi gambi non ancora tagliati. Die-