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i due vecchietti 289

— Vogliamo morire.

— Non posso toccarvi; la Fortuna non vuole. —

Si sentirono stringere il cuore.

Passarono altri cento anni. Marito e moglie erano sempre gli stessi, impresciuttiti; ma ora non si vedevano più neppure avanti la porta per godersi il sole: erano sazii anche di esso che appariva tutte le mattine dalla stessa parte e andava a coricarsi tutte le sere nella stessa parte.

Il sole però non si annoiava mai, non si stancava mai!

— Noi no, è vero, moglie mia?

— Sì, è vero, marito mio!

— E la Fortuna non si vede più!

— Dovrà ripassare. Ripasserà. —

L’attesero altri cent’anni. Finalmente rivenne e non al solito da vecchina, ma sotto l’aspetto di bellissima donna, con lunga veste cosparsa di oro, di perle, di diamanti. Non la riconobbero.

— Chi siete?

— Sono la Fortuna. Chiedete e vi sarà dato.

— Ah Fortuna, Fortuna! Non vogliamo nulla; vogliamo morire!

— Va bene; uno oggi e subito subito, l’altro fra cent’anni. —