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l'asino del gessaio 263

Aggiungono un’altra verga, e poi un’altra, e poi un’altra; ma l’asino, più gliene caricavano, e più arzillo diventava.

— È anche troppo! — disse il Re stizzito. — Va’ via!

— Il bando prometteva: Avrà tant’oro, quanto può portarne il cavallo con cui ha fatto la corsa.

— Diceva: cavallo, non asino. Se ti do tutto questo, è proprio per grazia·.Va’ via!

— Allora non ne voglio niente. Asino mio, rendi l’oro. —

L’asino diè uno scossone, e tutte le verghe caddero di qua e di là per terra. Il gessaio montò a cavalcioni su la sua bestia:

— Avanti, focoso! —

E l’asino via di corsa, con le orecchie fitte, agitando il moncherino della coda.

Li per lì, il Re rimase sbalordito dell’arroganza del gessaio. Rinvenuto dallo sbalordimento, montò in furore:

— Né verghe d’oro, nè asino! —

E mandò le guardie alle fornaci del gesso, perchè menassero l’animale alle stalle reali.

Le guardie, armate fino ai denti, partono subito e trovano il gessaio che caricava i sacchi del gesso sui suoi somari magri e sbilenchi.