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— Non partirai dunque — riprese Giacinta. — Ti farai vedere, ancora una volta, in casa mia da tutta quella gente che ci crede innamorati e felici! Lasciamola nell’inganno. Non vorrai farmi un inutile sfregio...

— Resterò due, tre giorni, anche più; quanto vorrai. Cercheremo un pretesto; dici bene.

Voleva contentarla, gli sembrava giusto. Povera donna! Si meritava questo piccolo sacrifizio!

— Siedi — replicò, prendendola per una mano.

— No — rispose Giacinta, che guardava fisso le due valigie pronte per la partenza.

— Come sei buona!... Ti ho fatto soffrire... Ma, credimi, ho sofferto anch’io! Se avessi avuto il coraggio... di confessarti....

— Senti Andrea, — lo interruppe Giacinta — è una mia debolezza... Assicurami, con una prova, che manterrai la promessa... Disfa quelle valigie, sotto i miei occhi... Non vuoi?...

Andrea, in risposta, le porse le chiavi. E mentre le mani febbrili di Giacinta cavavano fuori ogni cosa, buttando vestiti, camicie, goletti, polsini qua e là, alla rinfusa, sul letto, sulle poltrone, sul tavolino, egli provava la strana sensazione di qualcosa che gli veniva sconvolto dentro; e cominciava a pentirsi d’aver così facilmente acconsentito a quel capriccio di donna.

Vuotata la valigia, Giacinta apriva l’altra; ed era di nuovo un volar di pantaloni qua e là, di panciotti, di cravatte, di guanti, di stivaletti, di spazzole, di libri.

— Così! — ella esclamò, sorridente d’una gioia convulsa, d’una soddisfazione fanciullesca, guardando la camera stranamente ingombra.

— Ed ora andiamo.