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catezza femminile era stata spinta a maritarsi con un altro, metteva sempre tra lui e la donna amata un che di indefinibile, tale da rinnovare giorno per giorno le intime attrattive del loro legame. A questo servivano ora, un po’ il sentimento della paternità, e molto quelle che Andrea chiamava le esagerazioni di Giacinta.

— Tu vai sempre agli estremi! — le diceva. — Sarebbe meglio, per la tua salute, che prendessi una balia.

Giacinta, al contrario, era orgogliosa di porgere il capezzolo a quella bocchina affamata. E quando le manine della piccina le pizzicottavano il seno, col fare incerto d’una creaturina ancora mal sicura dei propri movimenti, ed ella sentivasi correre per tutto il corpo quei brividi di voluttà così nuovi per essa, doveva proprio farsi violenza per non stringere pazzamente la bimba al seno, e non soffocarla nel materno delirio d’un abbraccio.

— Tu non le vuoi bene! — rimproverava ad Andrea. — Tu non le vuoi bene!

— Che sciocchezza!

— Tu la baci poco, l’accarezzi di rado... Ma guarda!... Ma guarda!

E lo trascinava presso la culla e scopriva la bimba, che, mezza nascosta fra le bianche coperte, pareva un grazioso fiorellino vicino a sbocciare. Avrebbe voluto vederlo disfarsi di tenerezza, come si sentiva disfare lei:

— No, tu non le vuoi bene.

Quando la bimba era sveglia, Giacinta si divertiva a solleticarle i labbrini e il mento con la punta dell’indice:

— Via, un sorrisino al babbo!... Un altro alla mamma!