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che col braccio disteso non giungeva ad afferrar nulla, ella rideva, portando il fazzoletto alla bocca.

— Guardi! — le sussurrò la signora Clerici, toccandole leggermente la spalla col ventaglio.

Giacinta traversava il salone a braccio del Prefetto.

— Che aria! — rispose la signora Maiocchi.

— Fumi aristocratici! Non si diventa contessa di punto in bianco!

— Che ha mai, con quegli sguardi? Che pretende? — domandava più in là la signora Rossi alla Villa.

Infatti Giacinta s’inoltrava altiera, con certi sguardi che pareva volessero sfidare le persone; e scoteva nervosamente la testa mentre il Prefetto le parlava, facendo tremolare ad ogni scossa il piccolo ramo di fiori d’arancio fermato sulle trecce.

Andrea Gerace, che capiva d’esser ricercato in ogni angolo, in mezzo alla folla, dagli sguardi di Giacinta, non potè più stare alle mosse:

— Intendeva, forse, d’avvilirlo?

E, a provarle che non si teneva per vittima — oh, no davvero! — andò a presentarsele, facendole un inchino profondo:

— Se non ha impegni pel walzer...

— Cedo io — disse il conte già sul punto di offrire il braccio alla sposa e condurla a ballare.

— È fatto a posta! — borbottò Mochi all’orecchio del Ricevitore, che per non ridere, finse di guardare laggiù, verso l’orchestra.

Andrea sentiva tremare la mano di Giacinta che, appoggiata al braccio di lui, lasciavasi trascinare, come se quel walzer dovess’essere un vortice da travolgerla nell’abisso dov’ella non aveva più il coraggio di buttarsi da sè. E guardavansi di sfuggita negli occhi, serii, taciti, con le mani che si toccavano