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serio, elevato, al quale avrebbe desiderato di consacrare tutta la sua forza creativa. Non avrebbe voluto, però, distrazioni di sorta alcuna; e, fino allora, dalle urgenze della vita, poche, sì, ma imperiose, non gli era stato consentito neppure qualche settimana d’isolamento.

Aveva bisogno di vivere interiormente, immerso nella più riposta intimità del suo spirito, quella creazione che doveva poi prendere l’alata forma del verso, non libero, come altri l’intendevano, ma liberato da ogni impaccio di pedantesca tradizione. Ne aveva una intuizione poco chiara, non dubitava, però, che nel punto dell’attuazione non avrebbe incontrato gravi difficoltà, e che certamente le avrebbe, senza molto stento, superate.

Un poema lirico? Una serie connessa di liriche? Non avrebbe saputo spiegarlo neppur lui. Tutto quel che aveva tentato finora e che aveva avuto l’orgoglio di lasciare inedito perchè non sodisfaceva pienamente la sua coscienza di artista, doveva fondersi, sparire, divenire il germe del definitivo lavoro; assumere una caratteristica personale e nello stesso tempo essere una rivelazione così intimamente umana da trovar un’eco in tutti i cuori, da sodisfare la gran sete d’ideale che affaticava la maggioranza degli spiriti viventi del suo tempo.

Egli soleva dire: — Vi sono spiriti dormenti, quasi morti, che niente riesce a scuotere, e che passano senza accorgersene da quella morte apparente alla morte definitiva; spiriti così immersi nella materia che sono peggiori dei dormenti, e non sapranno mai uscire dalla sfera animale; e spiriti viventi pei quali la realtà è semplicemente un’occasione, un pretesto ad elaborare l’ideale, cioè la realtà vera, in continuo movimento di creazione.