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Pagina:Canti di Castelvecchio.djvu/247



note 231

ingegnere Tosi e al mio paesello lontano, tutto il mio amore.

Nella poesia “La voce„ è un’allusione che mi riconduce a tempi, che ora sembrano chiusi, ma che parevano voler condurre l’Italia alla condizione d’una Russia forse peggiore: d’una Russia non solo senza giustizia ma senza grandezza. Quanta prigione per nulla! O per molto, a dir vero: per sentimenti e idee. Fu nei primordi del socialismo italiano, in cui si processavano come malfattori quelli che aspiravano a togliere dal mondo il male; e si condannavano. Io protestai. E così ebbi occasione di meditar profondamente, per due mesi e mezzo d’un rigidissimo inverno, su la giustizia. Dopo la qual meditazione mi trovai allora assolto e per sempre indignato. Ai cari compagni di quei tempi un saluto!

Ho bisogno, per alcune poesie (ne nomino soltanto tre Un ricordo, Il ritratto, La cavalla storna), di ripetere alla lettrice e al lettore, che certe cose non s’inventano? In quelle e altre tutto è vero. Quindi quelle poesie non le ho fatte io: io ho fatto (e non sempre bene ) i versi. E per l’ultimo Canto del volume, per certe parole grandi che sono in quello, oh! creda chi legge, ch’esse sono come udite in sogno, e che della mia coscienza in esse è soltanto una piccola e vaga parte. Io forte? Io grande? Io immortale? Lungi da me tanto orgoglio! Ma mio padre e mia madre, oh! sì, qualche vanto di me farebbero! Fanno?

“La mia malattia„! Cara Maria che mi fu veramente sorella di carità! A lei è consacrato il ciclo