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Pagina:Canti di Castelvecchio.djvu/233


NOTE

alla seconda edizione


Ci sono parolette che mal s’intendono. È vero. Sono, in vero, proprie dell’agricoltore; e chi non è agricoltore, non le sa; sono vive ancora, dopo tanti secoli, su queste appartate montagne; e chi in queste montagne non è stato, crede che siano parole morte, risuscitate per far rimaner male lui. Ma no, non per codesto io le rimetto in giro; bensì, ora per amor di verità, ora per istudio di brevità. I miei contadini e montanini parlano a quel modo, e parlando a quel modo parlano spesso meglio che noi, specialmente quando la parola loro è più corta, e ha l’accento su la sillaba radicale, sicchè s’intende anche a distanza, da colletto a colletto, e fa il suo uffizio da sè e non ha bisogno dell’aiuto d’un aggettivo o d’un avverbio. Sì: lo scrittore o dicitore che spende due parole per un’idea sola è come l’uccellatore che spreca due cartuccie per un solo pettirosso, e non lo coglie.

E c’è un altro perchè. I non toscani, per via dell’educazione scolastica, ripudiano, sempre e in tutto, il loro vernacolo, credendo ch’esso sia al bando della letteratura. Io voglio mostrar loro che possono, molto spesso, usare bellamente e rettamente in italiano vocaboli del loro, a torto ora prediletto ora spregiato, linguaggio materno; sia perchè quei vocaboli sono