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xvi. la vita solitaria

brillano i tetti e i poggi e le campagne,
scontro di vaga donzelletta il viso;
60o qualor nella placida quiete
d’estiva notte, il vagabondo passo
di rincontro alle ville soffermando,
l’erma terra contemplo, e di fanciulla,
che all’opre di sua man la notte aggiunge,
65odo sonar nelle romite stanze
l’arguto canto; a palpitar si move
questo mio cor di sasso: ahi! ma ritorna
tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano
ogni moto soave al petto mio.

     70O cara Luna, al cui tranquillo raggio
danzan le lepri nelle selve; e duolsi
alla mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false, e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
75delle notti reina. Infesto scende
il raggio tuo, fra macchie e balze o dentro
a deserti edifici, in su l’acciaro
del pallido ladron ch’a teso orecchio
il fragor delle rote e de’ cavalli
80da lungi osserva o il calpestio de’ piedi
sulla tacita via; poscia improvviso
col suon dell’armi e con la rauca voce
e col funereo ceffo il core agghiaccia
al passegger, cui semivivo e nudo
85lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre
per le contrade cittadine il bianco
tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
va radendo le mura e la secreta
ombra seguendo, e resta, e si spaura
90delle ardenti lucerne e degli aperti
balconi. Infesto alle malvage menti,
a me sempre benigno il tuo cospetto