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Entrambi vestiti della festa, lui con una giacca nuova che gli rampicava su su nelle spalle, un colletto di camicia fresco di stiratura, ma di certo molto incomodo.

Teneva fra le gambe una grossa valigia a soffietto, genere patriarcale di famiglia, lavorata con rabeschi preistorici. Da un lato il trapunto rappresentava un grosso pappagallo posato sopra una pianta d’insalata.

I coniugi Gibella venivano dalle risaje della Lomellina; sfiaccolati dall’afa palustre, correvano a chiedere un po’ di refrigerio alle fresche aure della riviera di Orta.

Avevano un bel negozio di drogheria in Sanazzaro, e dopo tanti anni di assiduità bottegaja, ora che gli affari erano assodati, ora che il loro primogenito Leopoldo aveva senno bastante per curare il negozio e la casa, ecco che i Gibella si erano messi in viaggio realizzando finalmente un vecchio progetto architettato ad ogni chiusura annuale dei conti, e rimandato da una stagione all’altra, per una ventina d’anni.

Madama Martina era in gran montura, ma non si trovava a suo agio nella costrettura del busto, che non era solita a portare.