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rentigie della libertà comunale, già intaccate dai Torriani, stanno per essere cancellate dai primi Visconti, Ottone e Matteo, per quanto abbian essi cura di mantener intatte le apparenze; e Bonvesino, ignaro della meta a cui si tende, si affanna a dichiarare che Milano è sempre stata gelosa della sua libertà e niun tiranno potrà mai soggiogarla, cosicchè il Novati ha potuto domandarsi se egli parli da senno e concludere che, nè cieco, nè sordo, sa e vede molte cose, ma le tace per carità verso la patria amareggiata.

Ciò io non credo: Bonvesino è disorientato come i suoi concittadini: s'infiamma ai ricordi del passato e non s'accorge delle insidie nascoste sotto la paterna protezione dei capi del popolo, la quale invece, ben lontana dall'insospettirlo o disgustarlo, avviva il suo sogno di supremazia di Milano sulle altre città della Lombardia.

Nè ritengo per carità di patria abbia egli omesso di parlare degli ordinamenti civili e politici della sua città, egli che con tanta sagacia ha pur raccolto sì numerose minuziose notizie statistiche, quasi volesse tacere lo strazio che si andava facendo delle antiche libertà comunali: ma preferisco supporre ch'ei non abbia voluto addentrarsi in un esame difficile e mal sicuro giacchè nell'evolversi degli antichi ordinamenti verso la formazione di un più ordinato