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tà di lingua letteraria.Questa poesia prevalentemente cavalleresca, signorile, cortigiana, irradiò ben presto dalla Sicilia e da Napoli nella già colta Toscana e nell’Emilia. Nell’Italia settentrionale, al di qua del Po, questi poeti non trovarono una reggia potente ove raggrupparsi e ridurre a disciplina le loro creazioni, e andaron vagando di città in città, di castello in castello cantando i provenzali versi d’amore e di sdegno, i francesi le imprese gloriose degli eroi carolingi, e trovaron seguaci e imitatori che, pur essendo quelle due lingue intese dal popolo, le modificaron talora, per esser meglio compresi, col patrio, ancora povero e rozzo vernacolo. Si tentò anche di rivestire per intero degli idiomi paesani quei motivi poetici d’oltr’alpe, ma siffatto tentativo, che ebbe un esito trionfale negli idiomi più evoluti, più ricchi e più venusti della Sicilia e della Toscana, qui non riuscì: i dialetti non rispondevano e si ritornava per forza alle lingue straniere.

Ma altri ostacoli impedivano alla poesia franco-provenzale di fruttificar fra noi: essa era avversata dai dotti, tenaci nella difesa del latino, e dalla chiesa paurosa del sensualismo ond’erano improntate le eleganti canzoni d’amore e delle fantasiose leggende cavalleresche così lontane dalla contemplazione delle cose spirituali. L’av-