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libro quinto 557

essi entrarono e offersero grandissimi doni, e porsero pietose orazioni, e voltarono i passi loro. E venuti al luogo ove avevano lasciato il corpo di Lelio e le vermiglie reliquie, e quelle prese, senza ristare in alcuna parte, a Marmorina ne le portarono: e quivi con solennitá tratta dalla bella sepoltura Giulia, e acconciatala in una cassa, con l’altro corpo e con le vermiglie ossa a Roma ne le portarono, e quivi fatte grandissime e bellissime esequie, co’ loro padri le sepellirono. Le quali cose fatte, lasciata la non profittevole malinconia, lietamente veduti e ricevuti, a far festa co’ parenti loro si dierono. Stato Florio in Roma piú giorni in allegrezza e in festa co’ suoi, dalla cara madre un singulare messo gli venne, narrante il re suo padre grandissima infermita sostenere in Corduba, per la qual cosa egli senza indugio dovesse tornare. Le quali cose udite Florio, egli e Menilio con pochi compagni, lasciando Biancofiore con Cloelia, si misero in cammino, e con istudioso passo dopo molti giorni pervennero a Corduba, vivendo ancora il re, ma molto alla morte vicino: al quale essi intorno e con pietoso viso il suo essere dimandarono. Li quali quando il re vide, contento molto disse: «Omai, signor mio Domeneddio, prendi l’anima mia quando ti piace». Poi a Florio rivolto cosí parlò: «Caro figliuolo, da me sopra tutte le cose amato, io non posso piú vivere: la lunga etá e la grave infermitá mi mostrano la vicina morte, la quale certo non debbo mal volentieri prendere, poi che lungamente vivuto sono, e delle sue regioni ho piú tosto prese che ella delle mie. E avanti ch’ell’abbia la mia vita occupata, assai di quello ch’io ho disiderato e che ora fu, io non credetti mai vedere, ho veduto, però qualora viene io lietamente la riceverò. La quale poi che del mondo m’avrá tolto, e renduta l’anima al secolo futuro, tu del presente regno, del quale io lungamente re sono stato, prenderai la corona e il reggimento, per ch’io tra le altre cose principalmente ti priego e comando che tu prima te reggi e governi, sí che coloro, i quali tu avrai a reggere, di te non si facciano con ragione scherno, e questo faccendo, niuno sará che di ben essere retto non isperi. Siati la superbia nemica,