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42 giornata settima

fine del desinare, e le vivande e le tavole furon rimosse, ancora piú lieti che prima cominciarono a cantare; quindi, essendo in piú luoghi per la piccola valle fatti letti, e tutti dal discreto siniscalco di sarge francesche e di capoletti intorniati e chiusi, con licenza del re, a cui piacque, si potè andare a dormire: e chi dormir non volle, degli altri loro diletti usati pigliar poteva a suo piacere. Ma venuta giá l’ora che tutti levati erano e tempo era da riducersi a novellare, come il re volle, non guari lontani al luogo dove mangiato aveano, fatti in su l’erba tappeti distendere e vicini al lago a seder postisi, comandò il re ad Emilia che cominciasse; la quale lietamente cosí cominciò a dir sorridendo:

[I]

Gianni Lotteringhi ode di notte toccar l’uscio suo; desta la moglie, ed ella gli fa accredere che egli è la fantasima; vanno ad incantare con una orazione, ed il picchiare si rimane.


Signor mio, a me sarebbe stato carissimo, quando stato fosse piacere a voi, che altra persona che io avesse a cosí bella materia come è quella di che parlar dobbiamo, dato cominciamento: ma poi che egli v’aggrada che io tutte l’altre assicuri, ed io il farò volentieri. Ed ingegnerommi, carissime donne, di dir cosa che vi possa essere utile nell’avvenire, per ciò che, se cosí son l’altre come io paurose, e massimamente della fantasima, la quale sallo Iddio che io non so che cosa si sia, né ancora alcuna trovai che il sapesse, come che tutte ne temiamo igualmente, a quella cacciar via quando da voi venisse, notando bene la mia novella, potrete una santa e buona orazione e molto a ciò valevole, apparare.

Egli fu giá in Firenze nella contrada di San Brancazio uno stamaiuolo il quale fu chiamato Gianni Lotteringhi, uomo piú avventurato nella sua arte che savio in altre cose, per ciò che, tenendo egli del semplice, era molto spesso fatto capitano de’