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98 giornata settima

che ’l mio cuor tien’distretto,
dch! dilmi tu, ché ’l domandarne altrui
non oso, né so cui;
dch! signor mio, dch! fammelo sperare,
sí ch’io conforti l’anima smarrita.
     Io non so ben ridir qual fu ’l piacere
che sí m’ha infiammata,
che io non trovo dí né notte loco;
per che l’udire e ’l sentire e ’l vedere,
con forza non usata,
ciascun per sé accese nuovo foco,
nel qual tutta mi coco:
né mi può altri che tu confortare
o ritornar la vertú sbigottita.
     Deh! dimmi s’esser dèe e quando fia
ch’io ti trovi giá mai
dov’io basciai quegli occhi che m’han morta;
dimmel, caro mio bene, anima mia,
quando tu vi verrai,
e col dir — Tosto — alquanto mi conforta;
sia la dimora corta
d’ora al venire e poi lunga allo stare,
ch’io non men curo, sí m’ha Amor ferita.
     Se egli avvien che io mai piú ti tenga,
non so s’io sarò sciocca,
com’io or fui, a lasciarti partire;
io ti terrò, e che può si n’avvenga,
e della dolce bocca
convien ch’io sodisfaccia al mio disire:
d’altro non voglio or dire;
dunque vien’tosto, vienmi ad abbracciare,
ché ’l pur pensarlo di cantar m’invita.

Estimar fece questa canzone a tutta la brigata che nuovo e piacevole amore Filomena strignesse; e per ciò che per le parole di quella pareva che ella piú avanti che la vista sola n’avesse sentito, tenendonela piú felice, invidia per tali vi furono, ne le fu avuta. Ma poi che la sua canzon fu finita, ricordandosi la reina che il dí seguente era venerdí, cosí a tutti piacevolemente