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botolo, che incontanente si vuol vendicare, io direi che domane si dovesse ragionare delle beffe che gli uomini fanno alle lor mogli. Ma lasciando star questo, dico che ciascun pensi di dire di quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno; e credo che in questo sará non meno di piacevole ragionare che stato sia questo giorno. — E cosí detto, levatasi in piè, per infino ad ora di cena licenziò la brigata.

Levaronsi adunque le donne e gli uomini parimente, de’ quali alcuni scalzi per la chiara acqua cominciarono ad andare, ed altri tra’ belli e diritti alberi sopra il verde prato s’andavano diportando. Dioneo e la Fiammetta gran pezza cantarono insieme d’Arcita e di Palemone: e così, vari e diversi diletti pigliando, il tempo infino all’ora della cena con grandissimo piacer trapassarono; la qual venuta, e lungo al pelaghetto a tavola postisi, quivi al canto di mille uccelli, rinfrescati sempre da un’aura soave che da quelle montagnette da torno nasceva, senza alcuna mosca, riposatamente e con letizia cenarono. E levate le tavole, poi che alquanto la piacevole valle ebbero circuita, essendo ancora il sole alto a mezzo vespro, sí come alla loro reina piacque, inverso la loro usata dimora con lento passo ripresero il cammino, e motteggiando e cianciando di ben mille cose, cosí di quelle che il dì erano state ragionate come d’altre, al bel palagio assai vicino di notte pervennero. Dove con freschissimi vini e con confetti la fatica del piccol cammin cacciata via, intorno della bella fontana di presente furono in sul danzare, quando al suono della cornamusa di Tindaro e quando d’altri suon carolando: ma alla fine la reina comandò a Filomena che dicesse una canzone; la quale cosí incominciò:

     Deh! lassa la mia vita!
sará giá mai ch’io possa ritornare
donde mi tolse noiosa partita?
     Certo io non so, tanto è ’l disio focoso,
che io porto nel petto
di ritrovarmi ov’io, lassa! giá fui;
o caro bene, o solo mio riposo,