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Aspetta, ella sembra dire: non urlare, non gridare, non disperare.

«Aspetta. Non senti quanto è dolce questa attesa? Non senti che domani sarai felice? Non sai che nella serenità è ogni dolcezza? Aspetta. Domani verrà!»

Verrà… che cosa? Forse l’amore, di nuovo; forse la gloria; forse la pace. Non sa dirlo; ma attende con una fede che è tanto più grande quanto più è faticoso lo sforzo per contenerla entro i confini della bontà paziente; con una fede che è tanto più intensa quanto più si fa insistente la nostalgia delle gioie passate.

Nessuna amarezza, nessun pessimismo, ma una veglia sacra come tutte le vigilie.

E nemmeno l’ottimismo facile delle creature mutevoli; no, la creatura che in questi versi ci si rivela così nobilmente serena, è donna profonda e sa quello che vuole e come questo le costi.

Per lei come per altre, possiamo dire che al suo successo giovò sopratutto la forma insolitamente perfetta, forma in cui non sentiamo assolutamente nessuno sforzo, ma che si adatta per-