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LA TESTA DELLA VIPERA 49

miò; poi a un tratto con passo risoluto andò nella camera di Marianna. L’uscio n’era chiuso a chiave. Emilio stette un momento esitante colla mano sulla gruccia della serratura; pensava se gli convenisse scassinare quella porta. Si risolvette pel no: tornò in camera sua a capo basso, ma colla impronta dei più nequitosi propositi nei contratti lineamenti del viso.

Passarono due giorni, in cui Emilio sfuggì accuratamente la presenza di Marianna; il che gli fu facile, perchè anche la donna da parte sua non aveva una gran voglia di trovarsi con lui. La mattina del terzo giorno dopo i funerali del padre, Emilio con qualche pretesto mandò fuor di casa la persona di servizio e rimase solo nel quartiere con Marianna: dalla soglia della sua camera egli chiamò forte la vecchia, la quale, o non udisse o non volesse udire, non si fece viva. Il giovane ripetè la chiamata con tal voce e una bestemmia che la donna, atterrita, si affrettò a venir fuori.

— Che cosa c’è? domandò con qualche apprensione.

— Venite qui, rispose burbero l’erede di Lorenzo, chè abbiamo da discorrere.

Marianna col passo pesante s’avviò lenta e di mala voglia verso la camera del giovane. Questi la fece entrare, e dietro lei chiuse l’uscio; la qual cosa non piacque di molto alla donna, che guardò inquieta tutt’intorno, come cercando un’altra uscita da potere scappare: ma non ce n’era.