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LA TESTA DELLA VIPERA | 177 |
— Uccidere?... Ah no!
— E che cos’altro sei tu venuta a domandarmi, se non questo? Che io vada ad espormi alle palle di colui senza cercare da parte mia d’offenderlo; in breve, che mi lasci ammazzare come un stupido... chè non sarei altro.
— Ti domando invece di non andarci, disse in fretta Matilde.
— Come? interrogò Emilio, quasi non avesse capito.
— Sì, rispose ella, ti domando di non andare a questo orribile duello.
— Ma sei matta!... Mi domandi ancora peggio di quel che credevo... Che tu, sapendomi sicuro del mio colpo, fossi venuta a pregarmi di restituirtelo azzoppato, ma vivo, colui, è una temerità a cui non posso far buon viso, ma che posso tollerare: ma venirmi a dire che, per salvare lui, io mi macchii d’una viltà...
— Nessuno ti potrebbe accusare.
— E io?... E lui?... Oh donne, donne, che credete tutto il mondo debba cedere ai vostri desiderî!... Ma tu hai dunque obliato quanto è successo, quanto hai visto tu stessa cogli occhî tuoi?... Io sono stato assalito brutalmente, con prepotenza percosso nel modo più oltraggioso, tanto che nessuno, fosse pure un santo, lo potrebbe perdonare; ne richiedo, com’è mio diritto, la riparazione, e quando questa mi si dovrebbe dare, io mancherei, fuggirei?... Oh per Dio!... tu hai l’audacia di domandarmi addirittura l’impossibile.