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V
Era sopito l’Esule;
era la notte oscura:
e nulla piú del lago
e delle grigie mura.
Ecco ne’ sogni mobili
una diversa immago,
ecco un diverso palpito
del dormiente al cor.
Pargli aver penne agli omeri,
e un ciel che l’ innamora
battere, ai rai vermigli
d’italiana aurora.
Fiuta dall’alto i balsami
de’ suoi materni tigli,
gode in veder la turgida
foglia de’ gelsi ancor.
Come la vispa rondine,
tornata ov’ella nacque
spazia sul pian, sul fiume,
scorre a lambir fin Tacque,
sale, riscende, librasi
su l’ indefesse piume,
viene a garrir nei portici,
svola e garrisce in ciel ;
cosí fidato all’aere,
ei genial lo spira,
e cala ognor piú il volo,
piú lo raccorcia, e gira