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Pietro Bembo - Rime

m’abbia d’Amor, e disturbato i seggi
in ch’ei di me regnava, alti e lucenti.8

Ché, come audace lupo suol degli agni
stretti nel chiuso lor, così costui
ritenta far di me l’usata preda.11

Acciò pur dunque in danno i miei guadagni
non torni e ‘l lume tuo spegner si creda,
con fermo piè dipartimi da lui.14

CXVII.

Che gioverà da l’alma avere scosso
con tanta pena il giogo, che la presse
lunga stagion, s’Amor con quelle stesse
funi il rilega, et io fuggir non posso?4

Meglio era che lo strale, onde percosso
fui da’ begli occhi, ancor morto m’avesse,
che fosse il braccio tuo, ch’alor mi resse,
da me, superno Padre, unqua rimosso.8

Ma poi ch’errante e cieco mi guidasti,
Tu sentiero e Tu luce, ora ti degna
voler, che ciò far vano altri non basti,11

e lei sì del tuo foco incendi e segna,
che poggiando in desir leggiadri e casti
rivoli a te, quando ‘l suo dì ne vegna.14

CXVIII.

Signor, che per giovar sei Giove detto,
e sempre offeso giamai non offendi,


Letteratura italiana Einaudi 72