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«Ma, naturalmente» soggiunsi «poichè essi sono incapaci di mantenersi». Qui il dottore m’interruppe:

«Chi mai è capace di mantenersi?» chiese. «In una società civilizzata non v’è mantenimento proprio. In una società barbara in cui non esiste l’associazione, è probabile che ogni individuo possa mantenersi da sè, ma anche allora non potrà farlo per sempre; non appena gli uomini si riuniscono in società, una dipendenza reciproca diviene la regola generale. Ogni uomo, per quanto isolato, diviene membro di un’immensa confederazione che è grande quanto una nazione, quanto l’umanità intiera. La necessità di una dipendenza reciproca, dovrebbe comprendere il dovere e la sicurezza di un’esistenza reciproca. Ciò non accadeva ai tempi vostri, e ne derivava la crudeltà e l’insensatezza del vostro sistema».

«Può esser vero,» soggiunsi «ma ciò non concerne coloro che sono incapaci di concorrere alla produzione dell’industria».

«Certamente; credevo di avervi detto questa mattina» replicò il dottor Leete «che il diritto che ha un uomo, di sedere alla tavola della nazione, dipende dall’essere egli un uomo e non dal suo grado di forza, fintanto che egli fa quanto può».

«Mi avete detto tutto ciò,» risposi, «ma credevo che una tal regola non fosse applicabile che agli operai. Si riferisce essa anche a quelli che non possono lavorare?»

«Non sono essi anche uomini?»

«Allora i rattratti, i ciechi, gli ammalati, e gl’inabili percepiscono la stessa rendita che gli altri?»

«Naturalmente» fu la risposta.

«Circa una beneficenza sotto tali rapporti» dissi «i nostri filantropi esaltati avrebbero spalancato occhi e bocca».

«Se voi aveste un fratello malato in casa» soggiunse il dottor Leete «incapace al lavoro, gli dareste cibi meno buoni, alloggio e abiti meno belli dei vostri? Probabilmente gli dareste ciò che è migliore, senza parlare di beneficenza. L’usare questa parola in un caso simile, non desterebbe la vostra indignazione?»

«Certamente,» risposi «ma i casi non sono gli stessi. In un