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Allorquando rivolsi lo sguardo sul mio ospite vidi che mi guardava.

«Ecco dodici ore che dormite bene», disse egli con aria soddisfatta, «e vedo che ciò vi ha giovato. Avete miglior ciera, l’occhio è più limpido, come vi sentite?»

«Non mi son mai sentito meglio», risposi, «e mi rizzai a sedere sul letto.

«Vi rammentate, senza dubbio, della prima volta che vi destaste», proseguì egli, «e del vostro stupore all’udire che avevate dormito sì a lungo?»

«Voi diceste, mi pare, che avevo dormito 113 anni».

«Per l’appunto!

«Confesserete», aggiunsi con un sorriso ironico, «che questa storia è abbastanza inverosimile».

«Straordinaria, lo ammetto», rispose egli, «ma non inverosimile, nè in contraddizione con ciò che sappiamo circa lo stordimento. Quando esso è completo, come nel caso vostro, la facoltà vitale cessa. Quando le condizioni esteriori proteggono contro le offese fisiche, non si può dire quanto possa durare uno stordimento simile. Lo stordimento da voi sofferto è, invero, il più lungo che sia finora successo; ma chissà fino a quando sarebbe durato se non foste stato trovato e se il locale, in cui eravate, fosse rimasto non tocco da nessuno. Il progressivo raffreddamento della terra avrebbe distrutto il tessuto cellulare e liberato lo spirito».

Se io era vittima di uno scherzo, bisogna, proprio dire che s’era scelto, per farmelo, uno strumento dei più adatti. Col suo fare eloquente e convincente, quell’uomo sarebbe riuscito a provare che la luna era un formaggio. Il sorriso col quale accolsi la sua ipotesi sullo stordimento, non lo imbarazzò menomamente.

«Non volete voi proseguire», dissi, «e narrarmi con precisione tutte le circostanze che vi condussero a trovare la camera della quale mi parlaste dianzi? Io sono amante delle storie ben trovate».

«Nel caso nostro», disse con serietà, «nessuna invenzione uguaglierebbe in stranezza la verità. Già da vari anni volevo costrurre, nel vasto giardino annesso a questa casa, un laboratorio