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cxxvi introduzione

che son comuni all’italiano e al napoletano, da lui, inutilmente, storpiate in forma napoletana; sia di parole tutto italiane, da lui, invano, napoletanizzate; sia di parole napoletane, adoperate in senso e costruzione che non hanno1.

Certo, basta svolger le prime pagine del Cunto de li Cunti per trovare esempi di questa continua invasione creatrice sul dialetto popolare. E troverete stascionato, cauzare, voze, deze, jonze, ecc.; e infinite altre voci simili, che il popolo non ha mai usato. Il Basile aveva la la curiosa preoccupazione di fare il dialetto napoletano più napoletano, più esclusivamente napoletano, di quel che è difatti. E così ha bandito gran numero di vocaboli e forme, che nel dialetto sono lievemente diversi dai corrispondenti italiani, e molti strani vocaboli con desinenze dialettali ha usato.

Le improprietà poi si spiegano in altro modo. La continua ricerca dell’effetto comico, ch’è nel suo stile, il considerare il dialetto come un mezzo di comico grottesco, han fatto sì ch’egli è andato scegliendo tutte le frasi goffe del popolo, adoperandole continuamente, come se nel dialetto non ce ne fossero altre per esprimere quei concetti, quando si parla sul serio. Per esempio, Tadeo dirà alle vecchie, nell’introduzione: «Pe la quale cosa deve scusare moglierema se s’ha schiaffato ncapo st’omore malenconeco de sentire cunte; e, perzò, se ve piace de dare mbrocca a lo sfiolo de la Prencepessa mia, e de cogliere miezo alle voglie meje, sarrite contente, pe sti quatto o cinco jorne che starrà a scarrecare la panza,



  1. O. c., p. 25.