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il mio latino 199


Si legge, si rilegge, è proprio Utike; nè altro v’aggiunge lo spirito del grand’uomo, che tempi suoi certamente non aveva dato saggi di tale breviloquenza spartana.

Utike! — esclama uno degli astanti. — Che diavolo è?

— Non è latino, a buon conto; — osserva un altro.

Utique doveva dire; — commenta un terzo, che è fresco di studi.

Fresco di studi ero ancor io, e magari di spropositi nella sacra lingua dei padri. Ridotto in un angolo della sala coll’amico Torricelli, notai a mia volta:

— E se al tempo di Cicerone si fosse detto Utique? È egli poi certo che gli antichi Romani, nelle sillabe qua, que, qui, quo, facessero sentire il suono dell’u? Non si cita egli come un bisticcio di Cicerone la frase «tibi quoque placebo» ch’egli disse ad un cuoco, da cui era stato richiesto d’una grazia? E sarebbe stato possibile il bisticcio, se nella pronunzia il quoque, che significa «pure, anche, eziandio» non si fosse confuso col vocativo di coquus, anzi diciamo pure di cocus?

Maraviglia delle maraviglie! Parlavo a mezza voce, in un angolo della sala: ed ecco: sulla gran lastra dove stava posata, la tavoletta fa un salto, scappando quasi di mano al suo custode, e scrive a gran furia queste poche parole: