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tanto natunale che un giorno o l'altro vi dovessero fare un discorso simile! E dite, per chi la domandano?

— Qui ti voglio, ragazzo mio. Ma già, tu non hai inventiva. Me la domandano per un pezzo grosso, se devo dirtelo io, per un pezzo grosso. Così è, si vuol fare della signorina Bertòla una contessa.

— Contessa! — ripetè macchinalmente Virginio.

— Già, e con due cognomi per giunta. O grosse o niente, non è vero? Contessa Spilamberti di San Cesario, che bella cosa! A me pare una stravaganza. E tu, che cosa ne pensi?

Virginio era rimasto sbalordito. Si riebbe, dovendo rispondere.

— Io? penso che la signorina Fulvia merita questo, e più ancora.

— Ah! così la vedi tu?

— Come dovrei vederla altrimenti?

— Io, per tua norma, preso lì sui due piedi, non ho detto nè di sì nè di no. Ti comfesso che quella proposta mi è venuta un poco a traverso. Non ho la mia parola impegnata con te? —

Virginio si sforzò di sorridere; ma il sorriso gli finì in un lungo sospiro.

— Con me, signor Demetrio? Con me non siete impegnato a nulla. Io sono il vostro servo, ricordatelo in ogni occasione. Del resto, io non ero il destinato.

— Lo sai? — gridò il signor Demetrio. — Come lo sai?

— Lo immagino, pensando sempre al poco che sono.

— E non hai parlato?

— No; potevate voi credere che io lo osassi mai?

— Osa adesso, che diamine! Siamo alle porte coi sassi.

— Adesso meno che mai; — riprese Virginio. — Ma sul serio, vi pare che io possa parlare? io? ed ora, per l’appunto, dopo tutta la sequela di visite al castello? Vi confesserò una cosa: non