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metrio; onorato, onorassimo alle prime, incominciava a brontolare un pochino: ma era facile intendere che il brav’uomo facesse così per parere, e che dentro di sè gongolasse. — Ecco qua, me la rubano sempre; — diceva; — Non possono stare senza la signorina Bertòla. Mi capirci, Virginio? La signorina Bertòla! se lavassi avuto una sorella, ai miei tempi, si sarebbe detto la figlia di Zenone, la figlia del pizzicagnolo, nè più nè meno. Che cos’è mai la gloria della signoria, d’un po’ di terra al sole, e di rendita all’ombra! È vero che l’educazione della mia figliuola c’entra anche per la sua parte. Sa tante cose, quella diavola! e non isfigura certamente al paragone della sua nobilisisima madrina. Ma io me l’ero allevata, me l’ero tirata su, educata, istruita per me, la mia figliuola, per consolazione della mia vecchiaia, e non per vedermela strappare da casa tutti i giorni che fa Dio. La signorina Bertòla di qua, la signorina Bertòla di là, e noi ci possiamo far de’ crocioni. Consoliamoci intanto, dicendo la signorina Bertòla; empie la bocca, se non ristora lo stomaco. —

Virginio si struggeva, senza darne segno di fuori. Uomo di molte parole non era mai stato; poteva dunque tacere, senza che il signor Demetrio facesse attenzione. E meno male che la società dei signori Sferralancia si era scemata di parecchi ospiti, nel corso di due settimane. C’era l’avvocatino, che andava e tornava, essendo più là che a Bologna: ma quello si capiva, era di servizio, e non doveva dar ombra a Virginio. Quello dei guanti, lode al cielo, non si vedeva più; partito una volta, non era più ritornato. Si poteva dunque credere che fosse stato un falso allarme? Forse; e Virginio, quantunque seccato da tutti quei rapimenti quotidiani di Fulvia, incominciava a ricogliere il fiato. Ma una sera che babbo e figliuola erano ritornati dal castello, e la signorina Fulvia si era già ritirata nella sua camera, il signor Demetrio aveva invitato il suo segretario a scendere nel