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sa Sferralancia ne aveva da spacciare a migliaia. E non la finivano aucora; la fermata in piazza voleva durar dunque fino a mezzanotte? Virginio non ci poteva più reggere. Aveva mandata la gente di servizio ad aprir l’uscio di strada; il suo dovere era fatto; si ritirò al secondo piano, nella sua cameretta, a friggere nel suo guscio, come le chiocciole al fuoco.

Poco stante udì dalle scale la voce del signor Demetrio, voce allegra e perciò più rumorosa del solito.

— Dov’è Virginia? dove sei andato a rintanarti, bel mobile? Ohe, Virginio, dico a te; non ti si potrà dare la buona notte, prima di andare alla cuccia? —

Virginio fece di necessità virtù; lasciò la sua cameretta, per ritornare al primo piano, in salotto. Il signor Demetrio era là, con gli occhi lustri e le guance affocate. Ubbriaco? Non di vino, se mai: qualche bicchierino di più lo aveva certamente sorbito; ma non era quello il colpevole. Il signor Demetrio era ubbriaco di gioia, di felicità, di grandezze.

— Che cara gente! — diceva. — Come sono alla mano i signori, i veri signori! Amico mio, se torno a nascere, come dice il conte Momino, voglio fare il signore. Non ti puoi immaginare che bel mestiere sia quello; un mestiere da re, te rassicuro io, un mestiere da papi. Si può esser ricchi, molto ricchi, non aver bisogno di pensare al domani nè al poi, e non si è ancora signori; ne ho fatto l’esperimento oggi, e posso già tener cattedra, come il più vecchio dei professori. A tavola, per esempio, si conosce il signore. Se tu sapessi come anche la tavola ti diventa piacevole, ragionando di certe cose, una più sciocca dell’altra! Noi parliamo d’affari, a tavola, tiriamo avanti le noie della nostra giornata, e ne facciamo il sale e il pepe, il condimento delle nostre pietanze. Abbiamo un gran torto; gli affari sono gli affari, e devono avere la loro ora, ma non più di quell’ora. Là, invece, fuorchè di affari, si parla di tutto; ed anche