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signor Momino, col più amabile dei suoi sorrisetti e con un’altra piegatura data dalla sua smilza personcina; — ma voi converrete che per orso è abbastanza ben pettinato. —

Così dicendo il signor Momino fece ballare i ricciolini della sua zazzeretta, perplessa ancora tra il bianchiccio e il rossigno.

— Che dice ella mai? — balbettò il signor Demetrio. — Onorati... onoratissmi.... Verremo, poichè non Le dispiace.... Verremo, certamente, anche per congratularci con donna Fulvia del suo ristabilimento in salute.

— Bene, siamo dunque intesi. Vi annunzio per domani.

— Ma....

— Non c’è ma che tenga; per domani.

— Se almeno sapessimo a che ora riceve....

— In campagna, caro mio, a tutte l’ore. Ma sia come volete, e fissiamo anche l’ora. Dalle dieci alle undici del mattino, se ci onorate per tutta la giornata. La colazione, per vostra norma, si fa a mezzogiorno. Dalle due alle tre, se non potete darci che mezza giornata. In ogni modo, badate, vi vogliamo fino a sera. La mia Fulvia ha tanto desiderio di ragionare a lungo con la vostra! Quanto a noi, caro signor Demetrio, discorreremo di cose gravi, di commercio, di economia politica, di agricoltura. Avete molta terra al sole anche voi, e in agronomia dovete esser forte. Io pur troppo, non ne ho che una tintura.

— Ed io, signor conte! ed io neppur quella. Ma si farà quel che si potrà.

— Domani dunque: dalle dieci alle undici?

— No, se permètte, dalle due alle tre. La mattina è sempre così piena d’affari!

— E vanno bene, non è vero? vanno a gonfie vele? Beato voi, signor Demetrio, che avete indovinata la strada. Fatevi ricco, fatevi ricco; la ricchezza dei privati è ricchezza del pubblico, è prosperità dello Stato. E sia dunque per le due, come vorrete. Non mi fate aspettar troppo; vi verrò incontro, fino al cancello, per onorarvi co-