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VI.

Chi era costui? che cosa faceva a Mercurano? contava di restarci a lungo? Virginio Lorini volle saperlo, saperlo ad ogni costo; e fu vile, nell’artifizio delle sue indagini, e non si vergognò punto di esser tale. Che vergogna, del resto? Sarebbe bisognato vergognarsi prima. Non aveva egli incominciato ad esser vile, spiando gli atti di Fulvia? riconoscendosi maligno e cattivo, senza pentirsene, senza averne il rossore alle guance? Oramai non era più tempo di scacciare i mali pensieri, l’acuto desiderio di andare in fondo delle cose. E trovò la via meno bella, ma più pronta e più sicura, facendo cantare i servi di casa Sferralancia, domestiche spie così facili a cantare; solleticò la vanità della cameriera, la semplicità del valletto e l’umor dispettoso del cuoco; ebbe l’arte di ascoltare, interrogando breve, quanto bastasse ad avviare per un verso o per un altro le confidenze di tutti quegli avventori mattutini del Bottegone; e seppe finalmente ogni cosa, seppe assai più che non gli premesse sapere.

Anzi tutto ebbe il riverito nome di quello dei guanti. Era il conte Attilio Spilamberti di San Cesario; gran nome sonoro e di antica nobiltà. Quel conte era modenese, come i Paganuzzi, donde nasceva donna Fulvia; ma viveva molta parte dell’anno a Bologna, dove anche gli Sferralancia passavano l’inverno, nell’antico palazzo del signor Momino, ultimo e fiacco rampollo della nobil casata. Il conte Spilamberti era dunque per gli Sferralancia una doppia conoscenza di Bologna e di Modena. Ricco? Sì e no; come tante famiglie nobili dei vecchi staterelli italiani, che dopo avere avuto i loro bei giorni sotto i piccoli governi e all’ombra delle piccole corti, sfiorivano qua e là, più o meno lentamente, secondo gli