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desse il busto e il capo della fanciulla per sincerarsene.

E volle ritrarsi, così guardingo come si era avvicinato: ma lei aveva sentiti i passi nell’anticamera, e si muoveva per l’appuntò a guardare verso l’uscio.

— Chi è? — domandò.

— Sono io, signorina Fulvia, non badi, ero venuto a cercare....

— Che cosa?

— Un mio portafoglio, che credevo di aver lasciato qui: ma ricordo ora di averlo deposto nella mia camera, nel cambiar la giacca. Vado a prenderlo: non voglia incomodarsi per me. —

Così dicendo, si avviò risoluto verso l’uscio. Ma lo sapeva bene, che la signorina Fulvia non si sarebbe incomodata per lui.

Quando fu di ritorno al pian terreno vide il nobile avventore che stava sempre al suo posto, di tanto in tanto lisciandosi i baffi, o torcendone le vette col sommo delle dita; gesto ben noto, che aiuta le guardate alte, senza riuscire a dissimularle del tutto.

Quel giorno il personaggio molesto era in compagnia del Paganuzzi; altre volte ci aveva qualchedun altro di giunta: ma, fossero due, o tre, o in maggior numero i nobili spettatori, il più molesto tra tutti usava sempre l’arte di trovarsi l’ultimo della fila, per aver occasione di discorrere stando voltato alla battuta, senza mai dar le spalle ai grand’uomini della casa Bertòla. Lisciandosi ed arricciandosi i baffi, guardava sempre lassù, a quella benedetta finestra. Il giuoco si capiva benissimo, perchè il giovanotto aveva gli occhi grandi e luminosi, e il bianco di quegli occhi, nel moto ascendente delle pupille, mandava sempre un lampo, come la superficie intema d’un guscio di madreperla, quando è messo di rincontro alla luce. Lampo magnetico doveva esser quello, e incatenare, inchiodare al davanzale la reduce aristocratica del collegio di Lodi.