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con lui, mentre l’altro, fatto per consenso l’inchino di praamnatica, si accostava al banco per chiedere un taccuino.

Era un giovine alto e ben formato, dall’aspetto signorile, disinvolto nei modi, padrone di sè, con una propensione manifesta a credersi padrone degli alto, come e fin dove gli altri fossero disposti a concedere. Il volto aveva certamente bellissimo, se non al tutto simpatico, potendo forse spiacere a prima vista la mobilità luminosa, troppo luminosa, di due grandi occhi neri, che prendevano maggior risalto dalla carnagione bianchissima, come questa da due baffettini morbidi e lunghi che ripiegandosi arditamente in su verso le guance nereggiavano con riflessi quasi turchini su due labbri rosati, non tumido l’inferiore, ma volentieri sporgente in atto abbastanza superbo, sottile il superiore e facile a contrarsi in espressione sarcastica. Così almeno si sarebbe potuto credere, osservando il suo sorriso: ma forse non era che un vezzo. Il giovanotto aveva bei denti, e sicuramente non gli dispiaceva mostrarli.

Udendo la figliuola discorrere con uno dei due avventori, il signor Demetrio si era levato dal suo canapè, per affacciarsi sulla soglia del salottino, donde aveva presto riconosciuto il marchese Paganuzzi. Erano marchesi, i Paganuzzi? Sì e no; certamente si lasciavano dare quel titolo. E il signor Demetrio non aveva tralasciato di affibbiarlo al cugino di donna Fulvia, nell’atto di avanzarsi per chieder notizie della nobilissima dama, sua bella ed illustre comare.

Quell’altro, frattanto, aveva già veduto una mezza dozzina di taccuini. Ma erano tutti rigati, ed egli non li voleva rigati. Virginio andò a rovistare in una scatola, e gliene trovò uno che parve contentarlo, quantunque fosse più semplice nella rilegatura, con la sua copertina di tela greggia, anzichè di marocchino filettato d’oro, come erano tutti gli altri già da lui osservati e rifiutati.

— Questo mi va; — diss’egli; — è suppergiù