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Tre mesi! un buon termine, un respiro sufficiente, una pregustazione d’eternità, come suol piacere da principio ad ogni debitore la scadenza d'una cambiale. E respirò Virginio, sentendosi accordare tre mesi di soliloquio. Ma da quell’ora le giornate incominciarono a farsi più brevi per lui, quantunque crescessero sul calendario, essendo già primavera inoltrata. Pensava, pensava sempre, più che non discorresse con Fulvia: perfino quando era a quattr’occhi con lei (le assenze del signor Demetrio erano diventate anche più frequenti, e quando non erano assenze le facevano passare per tali i sonnellini schiacciati sul canapè del salotto, o sulla poltrona della sala da pranzo) perfino quando era a quattr’occhi con lei, lasciava languire la conversazione, per andar dietro all'immagine della sua felicità, che gli pareva sempre più grande. Era un po’ matto, non vipare? Ma chi gliel’avesse detto a lui, si sarebbe sentito rispondere che ognuno, pensa e sente secondo l’indole sua, più o meno delicata e sensitiva. Lo assalivano cento dubbi al giorno, cento paure che lo facevano fremere. Una di quelle paure, diventata a grado a grado più forte di tutte, gli si mutò ben presto in terrore e spavento di cosa avvenuta. E gemeva, allora, si disperava, si sentiva morire.

Non era certamente una piccola cosa; ed egli, pensandola possibile, sentendola probabile, non si poteva dir matto. Se egli diceva di sì, naturalmente il signor Demetrio avrebbe parlato alla figliuola. Quanto al caso che parlasse Virginio, non c’era da pensarci neanche; non era il fatto suo; sarebbe morto di vergogna. Parlava adunque il babbo; e fin qui tutto bene. Ma se la fanciulla diceva di no? Se, non osando dire di no, avesse lasciato intendere al suo turbamento, alle sue lacrime, la ripugnanza che quelle nozze le ispiravano, quale sarebbe stata la condizione di Virginio Lorini nella casa dei Bertòla? Sgradito dalla signorina Fulvia, poteva egli restare un giorno, un’ora di più sotto il medesimo tetto con lei?