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poi così brutto come se lo era immaginato. Per intanto, da quel giorno incominciò a far pdù bello il suo signor sè stesso. La mattina seguente, per la prima volta in sua vita, si colse in flagrante di prolungata contemplazione allo specchio.

— Io! io! — mormorava tra sè. — Ma non ha detto per celia? Fulvia.... la signorina Fulvia mia moglie? la moglie di Zuf.... —

E non finì la parola. Un’idea triste gli passò per la mente, e una fosca immagine davanti agll occhi. — Eh via! — ripigliò tosto, sforsandosi di sorridere. — Cose vecchie, ragazzate, che io solo ricordo, per averne tanto sofferto. Fulvia era così bambina, allora! Ed io, quando son capitato a Mercurano, che cos’ero? Non lo meritavo, il soprannome di Zufoletto? È stato uno scherzo del signor Demetrio e dettato piuttosto da un sentimento di compassione affettuosa che dal pensiero di burlarsi dei fatti miei. L’ho accettato allegramente, quel titolo, e l’ho portato volentieri finchè al principale è piaciuto di lasciarmelo. Com’è andato in disuso? Non so; io che ricordo tante cose, non mi rammento di questo. Infine Zufoletto o Virginio, non sono stato inutile in questa casa; specie dopo la morte della signora Giuditta, che quel pover'uomo pareva averne perduta la testa. Non ho da vantarmi di nulla: ho pagato da buon figliuolo il gran servizio che il signor Bertòla mi ha reso, accogliendomi in casa sua. E se ho fatto prosperare i suoi affari, non ho fatto prosperare anche i miei, onestissimamente, senza chieder mai nulla, accettando con riconoscenza tutto ciò che gli è piaciuto di assegnarmi via via? Mi ha largamente ricompensato: non avrei avuto a far altro che desiderare, per vedermi contentato in ogni modo, in ogni misura: se volessi, mi metterebbe la casa sulle spalle. E meglio fa, oggi, senza che io gli abbia chiesto niente. Dio mio, che fortuna è mai questa? potevo io immaginarla? Povero signor Demetrio! Ma è giusto che io lo prenda così facilmente in parola, senza dargli tempo a consi-